Il consumo del vino, in quanto bevanda alcolica, è vietato nel mondo islamico da un precetto del Corano. Eppure esiste una corrente filosofica islamica – il sufismo – in cui il vino non solo non è da evitare, ma è addirittura un modo di congiungersi con Dio. In effetti la vite, esattamente come l’olivo e il grano, è un elemento proprio di ogni popolo del Mediterraneo da sempre, da molto prima che lo stesso Islam nascesse. Per questo la conoscenza delle tecniche di coltivazione e di fermentazione dell’uva sono proprie anche di alcuni Paesi islamici quali il Libano, Israele, la Turchia, il Marocco, l’Algeria, la Tunisia e l’Egitto. Quest’ultimo ha anche una grande cultura nella produzione di altre bevande alcoliche fermentate come si può leggere in quest’articolo sull’affascinante storia della birra.

Chi sono i dervisci rotanti?

I dervisci –  dal persiano darwīsh درویش‎ che significa mendicante – sono discepoli di confraternite islamiche – soprattutto Sufi – che ricercano l’elevazione spirituale attraverso il distacco dal mondo materiale. Un loro sottoinsieme è composto dai dervisci rotanti – dal persiano semazen سماعزن che significa ascoltare e fare – ovvero da dervisci che praticano la meditazione attiva attraverso una particolare danza che consiste nel ruotare su se stessi come un pianeta ruota intorno al sole.

Come sono nati i dervisci rotanti?

Jalāl al-Dīn Muḥammad Rūmī (Balkh, Afghanistan 30/09/1207 – Konya, Turchia 17/12/1273; in persiano جلال‌الدین محمد رومی) è stato un importante poeta persiano e teologo musulmano sunnita, passato alla storia per aver fondato la Mawlawiyya, ovvero la confraternita dei dervisci rotanti (Mevlevi) nel 1273. Curiosamente, nonostante il significato della parola derviscio, molti di loro furono sultani, sceicchi, ministri, letterati e poeti. Caratteristica dei dervisci rotanti è la Samā (in persiano سماع significa ascoltare), che in origine era il rito dell’ascolto della lettura del Corano nei circoli di Baghdad. Rapidamente, a fianco del Corano, si cominciarono a leggere le poesie Sufi accompagnate da suono del ney, un antico flauto persiano nato nell’Antico Egitto e anche dalla danza.

La cerimonia del sama

Nel rito c’è un conduttore intorno al cui si collocano i dervisci rotanti, con il tradizionale abito bianco che simboleggia la morte, il cappello marrone che simboleggia la lapide tombale e il mantello nero che simboleggia il sepolcro. La danza è un movimento vorticoso di gruppo dove ognuno ruota su se stesso e rappresenta il viaggio mistico di ascesa spirituale verso il perfetto, ovvero Allah. Il derviscio rotante gira su sé stesso verso la verità e l’amore fino all’ascesi, per poi concludere la danza e tornare cresciuto, pronto a servire tutto il creato senza discriminazione di religione, razza, classe sociale e nazione. Un’immagine molto diversa dall’odierna vita nei Paesi islamici dove qualsiasi comportamento che viola un precetto musulmano – dichiarato o presunto e comunque di fatto praticato – viene punito duramente.

I dervisci rotanti e il vino

Il rapporto tra la confraternita dei Mevlevi e il vino è molto positivo, ma – è importante sottolinearlo – strettamente metaforico e spirituale piuttosto che letterale. Infatti, nel simbolismo Sufi, il vino rappresenta l’essenza dell’esperienza mistica e dell’amore divino in quanto mezzo per perdere coscienza di sé e fondersi con l’Assoluto. Un simbolismo evidentemente in netto contrasto con la proibizione islamica del consumo del vino e dell’alcol in generale. Lo stesso fondatore Rumi, nei suoi poemi, ha spesso citato il vino per descrivere l’ebbrezza spirituale e l’esperienza trascendente dell’amore di Dio. Per i dervisci rotanti “bere vino” è sinonimo di immergersi nell’amore e nella saggezza di Dio. Tuttavia, come precedentemente specificato, il vino non viene realmente bevuto e l’ebbrezza viene raggiunta attraverso la danza. Resta che l’uso simbolico del vino nei Mevlevi e nei sufisti in generale è mal visto dai musulmani più rigidi che vedono qualsiasi riferimento al vino, anche metaforico, come una minaccia e – peggio – se associato ad Allah.

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I dervisci rotanti di Franco Battiato

Franco Battiato, con le sue canzoni e i suoi quadri firmati Suphen Barzani, ha contribuito a introdurre e a diffondere la cultura Sufi, i dervisci rotanti e i concetti mistici a questi associati in Italia e a un ampio pubblico. Nel libro “Franco Battiato – Tecnica mista su tappeto” (E.D.T., Torino, 1992), Franco Battiato dice dei sufisti:

“Ho degli amici tra i Dervisci. Queste persone sono molto vicine al mondo di Gurdjieff. Tra i dervisci di Konya, città al sud della Turchia, si trovano il ferroviere, il falegname, artigiani semplicissimi. Gente molto evoluta, si capisce dalla loro danza. Quando si muovono sprigionano un’energia veramente straordinaria. Molti loro amici non sanno neanche che appartengono a questo movimento esoterico (il sufismo). Questa segretezza la trovo molto bella e non mi pare una chiusura. Bisogna fare attenzione. Se qualcuno è interessato ti aprono cento porte, non una… ma li devi andare a cercare”.

Franco Battiato, conversazioni con Franco Pulcini (pag. 68)

Nominati in più di un brano e parte integrante dei suoi video, i dervisci rotanti e il sufismo sono parte di Franco Battiato. Ad esempio, alla fine del video della canzone “Torneremo Ancora” (2019, può essere considerata il suo addio a questa vita terrena), si può vedere un derviscio rotante che danza intorno al fuoco.

I dervisci rotanti sono protagonisti anche della pittura di Franco Battiato come si può vedere in queste due opere.

Dervisci rotanti franco battiato
Dervisci rotanti Franco Battiato

Franco Battiato, praticamente da sempre vegetariano e osservante del digiuno in momenti specifici, negli anni era diventato anche astemio. Ma del resto il celebre Dom Perignon lo è sempre stato e questo non gli ha impedito di diventare una leggenda nel mondo del vino.

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Il Corano vieta davvero il consumo di vino?

Il vino nel mondo islamico non ha una storia lineare. Come scrive il professor Stefano Allievi:

Il vino viene presentato in alcune pagine del Corano come frutto buono e inebriante che diventa addirittura segno per chi sa ragionare e riconoscere il divino sulla terra. La sua prima menzione, nell’ordine della rivelazione: “Pure dai frutti dei palmeti e delle vigne ricavate bevanda inebriante e cibo eccellente. Ecco un segno per coloro che capiscono” (sura 16,67; abbiamo scelto qui la traduzione dell’Ucoii: probabilmente non la più filologica, ma certamente la più diffusa tra i musulmani in Italia, e quindi anche, dal nostro punto di vista, la più inattacabile). Le successive sure meccane che parlano di vino, lo descrivono come uno dei premi di cui godranno i giusti in paradiso: “Provvederemo loro i frutti e le carni che desidereranno. Si scambieranno un calice immune da vanità o peccato” (52,22-23; più esplicito Bausani: “E si passeranno a vicenda dei calici d’un vino che non farà nascer discorsi sciocchi, o eccitazion di peccato”). E ancora: “I giusti saranno nella delizia, [appoggiati] su alti divani guarderanno. Sui loro volti vedrai il riflesso della Delizia. Berranno un nettare puro, suggellato con suggello di muschio – che vi aspirino coloro che ne sono degni” (83,22-26; anche qui più esplicito Bausani, che al v. 25 traduce: “saranno abbeverati di vino squisito”).

Diverso il tono delle sure medinesi […] dove il vino non prefigura più il paradiso futuro, ma diviene più prosaicamente un alimento ed un elemento con i suoi vantaggi e i suoi svantaggi, ma in cui i secondi prevalgono: “Ti chiedono del vino e del gioco d’azzardo. Di’: ‘In entrambi c’è un grande peccato e qualche vantaggio per gli uomini, ma in entrambi il peccato è maggiore del beneficio!’” (2, 219). Successivamente si introduce la fase intermedia del divieto degli alcolici, quella, che anche la Bibbia stigmatizza, del legame, da scindere, tra ebbrezza e preghiera, tra ubriachezza e liturgia, servizio divino: “O voi che credete! Non accostatevi all’orazione se siete ebbri, finché non siate in grado di capire quello che dite” (4,43). Fino al divieto totale, più radicale e dunque più efficace: “In verità col vino e il gioco d’azzardo, Satana vuole seminare inimicizia e odio tra di voi, e allontanarvi dal Ricordo di Allah” (5,90-91). Anche le sure medinesi, tuttavia quando si tratta di descrivere il paradiso, non omettono di ricordare, tra gli altri, anche il piacere delle bevande inebrianti a disposizione dei salvati: “[Ecco] la descrizione del giardino che è stata promessa ai timorati [di Allah]: ci saranno ruscelli di un’acqua che mai sarà malsana e ruscelli di latte dal gusto inalterabile e ruscelli di un vino delizioso a bersi, e ruscelli di miele purificato” (47,15).

Allievi S. (2008), Del vino e dell’islam, in “Servitium”, n.177, pp.85-89 A S R e R/I

Da qui si intuisce che il rapporto tra il vino e l’Islam è estremamente complesso e sfaccettato, nonchè oggetto di molteplici interpretazioni.

I dervisci rotanti potranno aprire le porte a un consumo del vino accettato apertamente dalla comunità musulmana?

In realtà è davvero difficile generalizzare quando si parla di Paesi Islamici: ci sono nazioni molto più occidentali e nazioni molto più integraliste e queste differenze sono spesso presenti perfino all’interno della stessa città. Un esempio è Il Cairo, in Egitto: la parte nuova – New Cairo – è estremamente più moderna rispetto alla parte vecchia della città. Pertanto volere inserire il vino in un contesto unico di Islam è pressoché impossibile. Inoltre il sufismo, seppure si sta diffondendo proprio grazie a queste sue visioni capaci di trasmigrare il popolo musulmano in un contesto di maggiore modernità e rilassatezza, è osteggiato dalle comunità islamiche più conservatrici tanto che i suoi seguaci sono stati – seppur di rado – perseguitati.

Tuttavia la storia insegna: i Cattolici sono stati sanguinari nel passato non solo verso i seguaci di altre religioni (un esempio per tutti la notte di San Bartolomeo a Parigi con oltre 3.000 vittime solo in città e molte di più in tutta la Francia), ma perfino verso i propri scienziati – eretici – e le proprie donne – streghe.

Inoltre la diffusione di Internet – seppure con controlli e censura in alcuni Paesi – porta inevitabilmente il mondo islamico a fare i conti con la diffusione delle informazioni e la voglia delle nuove generazioni di godere di una maggiore libertà. Probabilmente è solo una questione di tempo prima che il consumo di vino nella comunità musulmana diventi qualcosa come il sesso prima del matrimonio in quella cattolica: ufficialmente vietato, ma di fatto accettato e non punito. Resta l’interrogativo di come l’essere uno stato religioso, ovvero – semplificando – con leggi dello Stato basate sulle leggi dell’Islam, impatterà nel tempo, ma di fatto il vino viene già consumato da molti musulmani e non solo in contesti privati.

La speranza ultima è che i dervisci rotanti e i sufisti in generale diventino un mezzo fondamentale in questo processo di modernità inevitabile in cui il tutto è solo questione di tempo, grazie alla scelta delle nuove generazioni di abbracciarne gli insegnamenti con meno riservatezza rispetto ad oggi.

Dervisci rotanti bevono vino

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