L’istituto alberghiero ti insegna i 3 pilastri del settore Ho.Re.Ca. ovvero cucinare, servire e accogliere. Insegnarlo ai detenuti è una parte importante per dargli una seconda possibilità alla loro uscita dal carcere. Ieri a Palazzo Isimbardi la Città metropolitana di Milano ha organizzato il secondo appuntamento della rassegna “Girasoli” ovvero “Girasoli d’inverno” con l’obiettivo di mostrare come in carcere sia possibile imparare una professione capace di offrire una possibilità di riscatto una volta usciti.

Perchè girasoli d’inverno? “I girasoli resistono al freddo, seguono il sole che rappresenta nella sua bellezza arte e luce, e si rialzano. Così i detenuti grazie ai laboratori in carcere”.

Secondo me parlare di “redimersi” in carcere è riduttivo e può valere per chi non commette danni fisici o psicologici gravi su un’altra persona perchè in quel caso occorre prima individuare la patologia psichiatrica che sta dietro quel comportamento, curarla o cronicizzarla e solo dopo si può parlare di redenzione e infine di un percorso di reinserimento.

Una seconda possibilità nel settore Ho.Re.Ca.

Gli ospiti

Girasoli d’Inverno è stato un convegno moderato dal giornalista Fulvio Marcello Zendrini che ha visto come ospiti Diana De Marchi, Consigliera delegata alle Politiche Sociali della Città metropolitana di Milano, che ha portato il saluto istituzionale, lasciando poi spazio agli interventi di Giovanna Di Rosa, Presidente Tribunale di Sorveglianza, Beatrice Uguccioni, Consigliera del Comune di Milano; Giorgio Leggieri, Direttore Casa di Reclusione Bollate; Ettore Prandini, Presidente Coldiretti; Stefano Conti, Direttore Risorse Umane e Organizzazione Trenitalia; Davide Oldani, Chef ristorante D’O e docente Istituto Olmo Cornaredo; don Pierluigi Plata, sacerdote appassionato di cucina;  Silvia Polleri, Presidente e responsabile Coop. Soc. ONLUS abc la sapienza in tavola e direttrice del Ristorante InGalera del carcere di Bollate; Annaletizia La Fortuna, insegnante di una classe alberghiero dei detenuti della Casa di Reclusione di Bollate;  Mirco Mastrorosa, Founder Tuorlo Media e Tommaso Zoboli, Ristorante Patrizia di Modena.

Alcuni interventi sono stati brillanti, altri molto interessanti, altri un po’ esasperati e infine – come in ogni convegno inevitabilmente accade – qualcuno non era preparato e ha improvvisato qualcosa di un po’ sconclusionato. Tuttavia nel complesso è stato un convegno a cui ho avuto piacere di partecipare perchè ha animato in me una voglia di riflettere su un argomento importante e al contempo estremamente difficile.

Il progetto Girasoli

Il progetto Girasoli è composto da 4 convegni dedicati ai detenuti che hanno l’obiettivo di far riflettere sulla vita nelle carceri dell’area metropolitana di Milano e sul dare una seconda possibilità attraverso attività finalizzate all’inclusione. Ogni convegno ha come protagonista una diversa realtà espressiva (pittura, cucina, teatro e musica), ognuna assegnata a una delle quattro stagioni (autunno, inverno, primavera ed estate) in quanto queste rappresentano quattro modi diversi di dare speranza ai girasoli, ovvero ai detenuti intesi come persone cui offrire una chance di recupero sociale attraverso l’arte. Ogni appuntamento vede protagonista un carcere dell’area metropolitana di Milano e in particolare: le case circondariali di San Vittore, di Opera e di Bollate e l’Istituto Penale Minorile Beccaria. In ognuna di queste strutture sono stati avviati progetti di formazione capaci di unire la vita dentro e fuori dal carcere. Esemplare il ristorante carcere Bollate “InGalera” dove i detenuti lavorano con una professionalità tale che gli è valsa la menzione sulla Guida Michelin.

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Una seconda possibilità per i detenuti è giusta? La mia riflessione.

Ho ascoltato con attenzione gli interventi di ieri e, parola dopo parola, non potevo fare a meno di pormi delle domande. Se da un lato parlare di inclusione è fondamentale, dall’altro – secondo me – è giusto ricordarsi che se uno è in carcere è perchè ha commesso un reato. Attenzione, ci sono una molteplicità di reati diversi, alcuni sono più spregievoli di altri, alcuni sono commessi dalla disperazione più che dalla persona… e per questo è difficile rispondere in maniera univoca quando si parla di dare una seconda possibilità. Ogni detenuto in quanto tale è accumunato ad un altro per avere un problema psichiatrico, talvolta mai diagnosticato, talvolta diagnosticato troppo tardi, quando la nefandezza era già compiuta.

Visita psichiatrica obbligatoria per tutti

Siamo nel 2024 e si sono fatti passi importanti, anzi straordinari, per quanto riguarda la medicina… eppure le malattie mentali sono tutt’ora un tabù. Le personalità più compromesse – ovvero quelle più pericolose per sé stesse e/o per gli altri – sono proprio quelle che rifuggono la psichiatria accampando le scuse più fantasiose o – nei casi più gravi – rifiutando di avere un problema. Per quel che mi riguarda metterei la visita psichiatrica obbligatoria per tutti all’età di 18 anni. Si potrebbe strutturare come 2 visite compiute da 2 specialisti diversi e per chi risulta portatore di un qualsiasi disturbo di personalità le cure dovrebbero essere sì gratuite (come lo sono già), ma obbligatorie, pena l’esclusione sociale. Perchè se uno non si vuole curare per me è liberissimo di farlo, ma non deve avere la possibilità di rovinare la vita agli altri.

Un detenuto è SEMPRE una persona con problemi psichiatrici. Una persona sana non uccide, non ferisce, non ruba, non stupra, non danneggia le proprietà altrui… solo per citare alcuni possibili reati che un detenuto può aver commesso. Pertanto, partire da una visita psichiatrica obbligatoria e cure altrettanto obbligatorie potrebbe essere un buon modo per evitare il problema dopo… non si dice che prevenire sia meglio di curare? E allora invece di preoccuparci di cosa fanno i detenuti in carcere non dovremmo impegnarci a curarli prima che commettano un reato? In questo modo, forse, si salverebbero due vittime: chi ha commesso il crimine e chi l’ha subito. Perchè non bisogna mai dimenticare che anche chi commette un crimine e va in galera è vittima, almeno di sé stesso e della sua malattia. Poi però per me dopo aver commesso il crimine cambia ruolo: da vittima diventa carnefice e perde così il suo diritto intrinseco di avere una seconda possibilità. Quella occasione se la deve guadagnare, non è più regalata.

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Una seconda possibilità o un ultimo pasto?

Mirco Mastrorosa di Tuorlo Media ha letto un piccolo passaggio su come viene vissuto l’ultimo pasto dei detenuti nel braccio della morte. Un argomento molto interessante che – si dice – segni il confine della civiltà delle nazioni. Eppure io non lo so.

Il braccio della morte è una sezione speciale di un carcere di massima sicurezza dove sono rinchiusi anche per decenni i detenuti in attesa della loro esecuzione capitale. In Italia la pena di morte non è prevista dal 1948, ma ad esempio questa è ancora in vigore negli Stati Uniti, in Cina, negli Emirati Arabi Uniti, in alcuni Paesi africani e in Giappone. I reati capitali sono i più diversi: alto tradimento, omicidio, genocidio,

Io ammetto che nel solo caso di omicidio sono favorevole alla pena di morte in quanto, nella migliore delle ipotesi che il colpevole abbia l’ergastolo, trovo assolutamente ingiusto mantenere a vita un’assassino e – peggio – qualora questo dopo un certo numero di anni esca – spesso troppo pochi – trovo allucinante abbia la possibilità di uccidere nuovamente. In questo unico caso sono per servire un ultimo pasto, ma non sontuoso dato che la vittima non ha avuto certo il tempo di godersi un ultimo pasto straordinario prima di morire. Per tutte le altre pene considero i detenuti delle persone con problemi psichiatrici più o meno invalidanti che meritano cure e progetti di inclusione una volta siano stati guariti o capaci di cronicizzare le loro pulsioni.

Una seconda possibilità: cosa vuol dire inclusione?

Le parole della professoressa Annaletizia La Fortuna che ha scelto di insegnare nella classe dell’alberghiero dei detenuti del carcere di Bollate mi hanno colpito nel profondo. I suoi studenti hanno età e vissuti diversi, ma sono tutti accumunati dall’aver commesso un crimine che lei stessa può trovare ripugnante. Proprio a Bollate mi viene in mente che c’è un progetto di rieducazione per chi si è macchiato del crimine di stupro, per dirne uno.

A volte dare a qualcuno una seconda possibilità è come esporre la stessa o un’altra potenziale vittima al pericolo. Eppure è giusto darla anche a un detenuto che ha commesso un reato perchè sbagliare è umano. Per poter dare questa possibilità, però, è fondamentale che il detenuto sia accompagnato verso la guarigione mentale, gli sia insegnato un mestiere e sia rieducato alla vita in società. Per questo progetti come quelli del carcere di Bollate sono qualcosa di straordinario, esattamente come sono straordinarie le persone che ci lavorano.

Per me inclusione significa dare una seconda possibilità a qualcuno che viene emarginato dalla vita sociale, politica, economica ed educativa per un problema fisico o un reato. Per questo “inclusione” è una parola bellissima. Tutti inclusi, nessuno escluso. Penso, tuttavia, a quella professoressa che ha parlato con carisma e cuore mentre insegna una preparazione a uno studente che ha commesso uno stupro. Mi chiedo se lo sa. Se finge di non sapere. Se non sa. Se non glielo dicono. Sono tante le domande che riecheggiano nella mia mente e non si fermano. E se non lo sa, se lo sospetta. Se ne ha paura. A guardarlo negli occhi, a toccarlo. Perchè è facile parlare di inclusione fuori dal carcere, ma lei invece è lì. Ci vive e lavora ogni giorno. E avere a che fare con un detenuto non è come includere in una classe un bambino autistico. Non dico che è più semplice o più difficile. Dico che è diverso. Che va rispettato. E che non va dimenticato.

Per me queste donne e questi uomini capaci di rendere reale la parola inclusione sono i veri girasoli d’inverno. Quelli che resistono, nonostante tutto, in nome dei loro ideali che sono come un sole che li guida.

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